Il presepe ha secondo molti origini medievali risalenti  a san Francesco d’Assisi.  L’idea di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Gesù bambino , venne al santo dopo aver assistito a Betlemme , nel natale del 1222   alle funzioni per la nascita di Gesù. Francesco rimase talmente colpito che, tornato in Italia, chiese al Papa Onorio III di poter ripetere le celebrazioni per il Natale successivo. A quei tempi le rappresentazioni sacre non potevano tenersi in chiesa, così il Papa gli permise di celebrare una messa all’aperto. Fu così che,per la prima volta ,  la notte della Vigilia di Natale del 1223 , in un bosco presso Greccio in Umbria ,  San Francesco allestì il primo presepe vivente della storia: i frati con le fiaccole illuminavano il paesaggio notturno e all’interno di una grotta fu allestita una mangiatoia riempita di paglia con accanto il bue e l’asinello, ma senza la Sacra Famiglia.

Il primo presepe con tutti i personaggi , compreso la Sagra Famiglia ed i re magi , risale, invece, al 1283  per opera di  Arnolfo di Cambio .  Questo presepio , costituito da otto statuine lignee ,  è, ancora oggi, conservato nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

Da quel momento, quindi dal XIII secolo,  si diffuse in maniera sempre più frequente l’uso di fare il presepe in occasione delle feste natalizie  fino a diventare nel corso dei secoli , uno dei simboli più espressivi del Natale sopratutto nel Regno di Napoli

Nel corso del Cinquecento incominciarono a comparire accanto alla scena classica della Sacra famiglia alcuni piccoli  primi mutamenti. Oltre al bue ed all’asinello, incominciarono  infatti a comparire anche altri animali come il cane, la capra e le pecore, oltre a due pastori,  e tre angeli. A dare  un forte impulso all’ammissione sul presepe anche di personaggi secondari.ed incrementare la cultura popolare del presepe fu certamente anche la figura San Gaetano di Thiene che in quel periodo  giunse a Napoli .

Egli , grande amante del presepio , viene ancora oggi indicato  come l’”inventore” del presepe napoletano e come colui che diede inizio alla tradizione di allestire il presepe nelle chiese e nelle case private in occasione del Natale.  Un suo particolare  presepio allesstito nell’Ospedale degli Incurabili  ebbe molto  successo e popolarità in città . Il presepio più famoso però  fu quello realizzato realizzato dai padri Scolopi nel 1627   alla duchessa. La chiesa degli scolopi lo smontava ogni anno per rimontarlo il Natale successivo: anche questa fu un’innovazione perché fino ad allora i presepi erano fissi.

Nel seicento  il presepe allargò il suo scenario. Non venne più rappresentata la sola grotta della  Natività , ma anche il mondo profano esterno: in puro gusto barocco , si diffusero le rappresentazioni delle taverne con ben esposte le carni fresche e i cesti di frutta e verdura e le scene divennero sfarzose e particolareggiate.  Si cominciò quindi a rappresentare la gente del popolo: i mercanti, gli artigiani, i fruttivendoli  , il pescivendolo , il panettiere e qualche paesaggio scenografico diverso come le  montagne con le greggi, ed il corteo dei magi. Le modifiche apportate  alla scena   della natività , inserendo nel presepe anche alcuni  personaggi della vita quotidiana che non c’entravano con la sacra famiglia, diede al presepe una nuova meravigliosa scenografia che riscosse un enorme successo non solo tra il popolo ma anche e sopratutto nell’alta aristocrazia .

Il presepe , in questo perioso , acquisì una propria teatralità  , arricchita dalla tendenza a mescolare il sacro con il profano, e rappresentare in ogni arte la quotidianità che animava piazzette, vie e vicoli. Apparvero nel presepio statue di personaggi del popolo come i nani, le donne con il gozzo, i pezzenti, i tavernari, gli osti, i ciabattini, ovvero la rappresentazione degli umili e dei derelitti: le persone tra le quali Gesù nacque . Particolarmente significativa fu l’aggiunta dei resti di templi greci e romani per sottolineare il trionfo del cristianesimo sorto sulle rovine del paganesimo, secondo un’iconografia già ben radicata in pittura.

L’arte presepiale divenne talmente diffusa, da portare ad avere in società una figura professionale (  figurinaio ) cioè  un artista specializzato nella creazione delle statuine che si dedicarono  completamente  alla costruzione del presepe. Il  principale artista di questa nuova arte presepiale in città fu certamente Michele Perrone . Grazie a lui  i manichini conservarono testa ed arti di legno, ma furono realizzati con un’anima in filo di ferro rivestito da abiti di  stoffa   che consentì alle statue di assumere pose sempre più plastiche.   Le statuine furono squindi costituite da manichini snodabili di legno, che inizialmente fatti  a grandezza umana  finirono poi lentamente per poi ridursi attorno ai settanta centimetri.

Ma Il secolo d’oro del presepe napoletano è stato sicuramente il settecento  , quando per merito della fioritura artistica e culturale presente in città   anche i pastori cambiarono il loro sembiante. I committenti in questo periodo non erano più solo gli ordini religiosi, ma anche i ricchi e i nobili. il presepe napoletano iniziò quindi a uscire dalla chiese dove era stato oggetto di devozione religiosa  per  incominciare ad entrare nelle case dell’aristocrazia e divenire oggetto di un culto ben più frivolo e mondano nelle regge dei nobili.

Il re Carlo di Borbone ,  aveva una vera passione da partecipare personalmente e coinvolgere famiglia e corte nella realizzazione e vestizione di pastori e nel montaggio dell’enorme presepe del palazzo reale. Salito al trono di Spagna, portò con se un grandissimo presepe e alcuni famosi artigiani e dando  così inizio anche in Spagna ad una tradizione d’arte presepiale. Sotto l’influsso del re, nobili e ricchi borghesi gareggiarono nell’allestire impianti scenografici giganteschi e spettacolari, in cui il gruppo della Sacra Famiglia fu sopraffatto da un tripudio di scene profane che riproducevano ambienti, situazioni e costumi della Napoli popolare dell’epoca.

Nobili e borghesi gareggiarono tra loro per allestire presepi sempre più ricercati nel tentativo di attrarre le attenzioni della corte reale . Giuseppe Sammartino , forse il più grande scultore napoletano del 700 , diede vita con la sua bravura ad una vera e propria scuola di artisti del presepio divenendo molto famoso e ricercato in città più per questa sua dote che per quello di scultore ( vi ricordo che fu l’autore del famoso Cristo Velato della Cappella San severo ).

Furono investiti da parte di molte nobili famiglie ingenti capitali per assicurarsi i “pastori” più belli e la collaborazione degli artisti più rinomati; il sacro evento divenne pretesto per far sfoggio di cultura, ricchezza e potenza. Le statue, dalle teste modellate in terracotta dipinta e con occhi di vetro, gli arti in legno, il corpo in stoppa con un’anima di fil di ferro che ne garantiva la flessibilità, erano vestite di tessuti di pregio come le stoffe di San Leucio e, quelle che impersonavano personaggi di rilievo, agghindate con gioielli in materiali preziosi, perle e pietre preziose. A realizzare le armi, gli strumenti musicali, i vasi preziosi e gli altri minuti ornamenti dei personaggi del corteo dei re magi vennero chiamati argentieri e gioiellieri famosi . Le frutta e le cibarie esposte nei banchetti o consumate nelle taverne erano realizzate in cera colorata.

Da questo momento il presepe oltre ad essere considerato un elemento tradizionale natalizio si traformò , grazie a monumentali opere in marmo o legno e piccoli preziosi pastori firmati da eccellenti artisti dell’epoca  , in una vera e propria arte pregiata.  Il presepe assunse  una sua configurazione ben precisa: le figure furono  realizzate con manichini in filo metallico ricoperto di stoppa, le teste e gli arti inizialmente fatte  in legno dipinto, vennero poi  gradualmente sostituite da terracotta policroma.

Incominciarono a comparire come abbiamo detto, manichini di legno con arti snodabili e vestiti di stoffa  che potevano così assumere le più svariate posizioni . E’ questo il periodo in cui il  presepe napoletano raggiunge il suo più alto splendore. , favoriti da scultori  napoletani che nel 700  raggiunsero  una tale bravura e maestria che resero il presepe una vera e propria opera d’arte.

La meraviglia delle scene costruite con dovizia e ricchezza di particolari, la perfezione dei volti dei pastori e delle figure umane ed animali in generali, creavano nei visitatori stupore e questo era ricercato dai proprietari alla volte anche a scapito della sacralità mai persa però nelle intenzioni degli architetti e dei loro artigiani.

Il presepe di questo secolo è un nuova forma di spettacolo dove troviamo spaccati di vita quotidiana che riflettono la cultura dell’epoca, gli storpi e i diseredati rappresentati non senza sarcasmo, l’opulenza dei nobili orientali e delle loro corti a simboleggiare i privilegi dei nobili, l’osteria con l’avventore e l’oste a rappresentare la bonomia del popolo. Il tutto con una ricchezza inaudita attraverso sete e stoffe, gioielli, ori ed argenti che dovevano dimostrare il proprio status socio-economico. Luoghi di queste rappresentazioni non furono solo le chiese ma anche le stanze dei privati, chiaramente più facoltosi, che attiravano un pubblico numeroso e di ogni estrazione sociale . Il presepe andò quindi lentamente a perdere progressivamente la sua  misticità per trasformarsi sempre di più in una rappresentazione profana diretta ad affermare, anch’esso il prestigio della famiglia.

Lo stupore dei nobili spettatorii invitati nelle case patrizie ad ammirare il presepio con la finezza dei particolari e lo sfarzo nelle scene , aumentava non solo l’ orgoglio dei loro committenti ma anche e sopratutto  il loro prestigio personale.

I presepi erano formati da figure lignee di grandezza quasi naturale , prive di accessori che potessero distrarre dall’importanza dell’evento sacro che rappresentavano , ed erano immagini solenni che invitavano alla religiosità e alla preghiera .

Le statuette realizzate dai migliori artigiani arrivarono a costare delle vere fortune: si calcola addirittura l’equivalente di un mese di stipendio di un funzionario di corte. Famiglie nobili giunsero a rovinarsi pur di realizzare presepi che potessero competere in magnificenza con quello reale, e meritare -nel periodo natalizio- la visita del sovrano. Paradossalmente, quando i creditori arrivavano al pignoramento dei beni di queste famiglie troppo prodighe nelle loro spese presepiali, proprio quei piccoli capolavori costituivano una delle principali voci nei verbali degli ufficiali giudiziari.

N.B. Ancora oggi a Napoli , alcuni bravi  artigiani producono   su ordine di committenti pezzi presepiali e pastori  di gran pregio che hanno costi elevatissimi .

Nacquero , grazie a ricchi nobili  in questo periodo , numerose importanti  collezioni private come quelle  del principe Emanuele Pinto,  e quello del  principe di Ischitella

Nella prima metà dell’800 la moda e conseguentemente la passione dei presepi incominciò  lentamente a finire per poi tramontare definitivamente .  Le grandi collezioni private incominciarono a smembrarsi, mentre i grandi presepi sontuosi e di alto costo , andarono scomparendo per essere sostituiti lentamente da  quelli  con più piccoli pastori di  pregiata fattura..

Nel Novecento questa tradizione è gradualmente scomparsa, ma ancora oggi grandi presepi vengono regolarmente allestiti in tutte le principali chiese del capoluogo campano e molti napoletani lo allestiscono ancora nelle proprie case cercando e  comprando i migliori pezzi nel famoso quartiere di San Gregorio Armeno dove questa tradizione viene portata avanti con tecniche tramandate di generazione in generazione.

Dei grandi pezzi degli antichi pastori , oggi rarissimi e preziosissimi ma difficili da trovare restano a noi alcune grandi opere come una statua della Madonna , oggi conservata nel Museo di San Martino , donata insiema a tutto il presepe , dalla Regina Sancia d’Aragona ( moglie del re Roberto d’Angiò ) alle suore  clarisse della Chiesa di S. Maria del presepe ad Amalfi , un bellissimo presepe di Pietro e Giovanni Alemanno composto da 12 statue ed il presepe di Antonio Rossellino visibile a Sant’Anna dei Lombardi .

Ma non possiamo certo dimenticare anche i presepi costruiti nelle chiese dell’Annunziata e di S. Eligio e sopratutto quello più famoso di Giovanni da Nola presente nella chiesa di S. Maria del Parto .

Il  presepe napoletano oggi da noi è anche espressione di arte . In città  ce ne sono alcuni di una bellezza straordinaria, che oramai fanno parte della nostra storia. Tra questi abbiamo il famoso Presepe Cuciniello, nel Museo di San Martino, il  Presepe del Banco di Napoli , più conosciuto come “Il presepe del Re” conservato a Palazzo Reale a Napoli  ,  la bellissima collezione Catello per la maggior parte oggi presente al Museo di Capodimonte  ed infine il famoso presepe che i sovrani Borbonici fecero allestire nella bella  reggia di Caserta .

Il  secondo, invece, comprende 210 figurine di pastori e 144 accessori vari, provenienti da presepi smontati e in larga parte venduti o dispersi agli inizi dell’Ottocento. La maggior parte dei pastori risalgono al Settecento e molti sono opera di grandi scultori napoletani. La scena è ricca di personaggi, situazioni e particolari della realtà quotidiana dell’epoca. La scenografia è quella che caratterizza il presepe napoletano, con la  Sacra Famiglia posta sul classico scoglio di fronte ai resti di un tempio pagano, la Taverna e il ricco insieme di personaggi presi dai racconti biblici (come i Re Magi) o dalla tradizione popolare napoletana (come gli zampognari, i mercanti, il panettiere o il maniscalco).

Il terzo è invece una incredibile e bellissima raccolta  di pastori settecenteschi fatta con le preziosi mani dei migliori artisti dell’epoca , come il Sammartino , il Somma , i Vaccaro , Vassaro , Gori , Mosca e tanti altri . Al  Museo di Capodimonte , nei meravigliosi appartamenti reali  si possiamo   ammirare il gruppo presepiale con la Gloria degli Angeli,   ma sopratutto  quello con la scena dell’Elefante, dove è presente  un grande elefante che si ispira a quello in carne e ossa donato a  Carlo di Borbone nel 1742 dal Gran Visir ,  il cui scheletro è conservato nel Museo Zoologico dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

Come sapete l’elefante prese parte a diverse sfilate, suscitando la meraviglia della popolazione locale di Portici  e debuttò nel 1743 al Teatro San Carlo di Napoli nell’opera Ezio di  Pietro Metastasio , espressione del gusto per l’esotico tipico della metà del XVIII secolo.

Il quarto invece è il presepe di Corte che si trova nella bella sala Ellittica della Reggia di Caserta . Esso  rappresenta uno dei più belli esempi di arte presepiale fatta con pezzi in terracotta risalenti al XVIII secolo dove i pastori  erano posti sul cosiddetto scoglio, una struttura di base in sughero sulla quale venivano organizzate scenograficamente le diverse scene della raffigurazione della  Natività ;  l’Annuncio ai pastori, l’Osteria, il viaggio dei Re Magi e  le scene corali con pastori e greggi.

I sovrani  Borbonici , grandi amanti dell’arte presepiale fecero allestire l’ultimo loro presepe nella Sala della Racchetta facendo addirittura affrescare il soffitto a simulazione della  volta celeste .

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CURIOSITA’ ; Il  grande elefante fu donato al re Carlo dal sultano Mahmud ed il  re e la regina furono molto compiaciuti di avere questo strano ( per l’epoca ) ed atipico animale ed orgogliosi lo fecero più volte condurre al loro cospetto .

I reali orgogliosi lo facevano spesso esporre al popolo e consapevoli di essere gli unici ad averlo ordinarono al pittore Giuseppe Bonito l’esecuzione di un dipinto dove fosse ritratto l’elefante . Il re Carlo invio’ poi il quadro in Spagna a suo padre Filippo V.

Il prezioso elefante visse fino al 1756 nel parco reale di Portici , curato e coccolato , affidato alle cure di un caporale babilonese che ogni tanto lo portava a passeggio tra le vie della città’ dandosi grande importanza .
L’elefante finì per essere introdotto anche nel presepe reale dove sostitui’ un dromedario e la nuova scena presepiale si può’ ancora oggi ammirare nel presepe presente al Museo di Capodimonte dove il piccolo elefante viene considerato un pezzo unico nel suo genere per rarità ed eleganza .
Il vero pachiderma alla sua morte fu invece imbalsamato e mandato alla Reale Università’ degli Studi dove ancora oggi è’ visibile al Museo di zoologia.

Finiamo il nostro articolo nel ricordarvi una delle più belle pagine scritte sul presepe da parte di uno degli uomini più illustri che il tempo ha dato alla  nostra città . Parliamo ovviamente del grande amato e purtroppo  da poco tempo compianto LUCIANO DE CRESCENZO:

“O PRESEPE”

«Il presepe» dice il professore «per noi napoletani è una cosa veramente importante, lei ingegnere scusi preferisce il presepe o l’albero di Natale?»
«Il presepe, ovviamente.»
«E ne sono contento per lei» mi dice il professore stringendomi la mano. «Veda, gli esseri umani si dividono in presepisti ed alberisti e questa è una conseguenza della suddivisione del mondo in mondo d’amore e mondo di libertà ma questo è un discorso lungo che potremo fare un’altra volta, oggi invece vi vorrei parlare del presepe e dei presepisti»
«Forza professò » dice Salvatore. «Parlateci del presepe che qua stanno i ragazzi vostri!»
«Dunque , come vi dicevo, la suddivisione in presepisti ed alberisti è tanto importante che, secondo me, dovrebbe comparire sui documenti d’identità come il sesso ed il gruppo sanguigno. E già per forza, perché altrimenti un povero dio rischierebbe di scoprire solo a matrimonio avvenuto di essersi unito con un cristiano di tendenze natalizie diverse. Adesso sembra che io esageri, eppure è così: l’alberista si serve per vivere di una scala di valori completamente diversa da quella del presepista. Il primo tiene in gran conto la Forma, il Denaro e il Potere; il secondo invece pone ai primi posti l’Amore e la Poesia.»
«Noi qua in questa casa» dice Saverio, «siamo tutti presepisti, è vero professò?»
«No, non tutti. Mia moglie e mia figlia, ad esempio, come quasi tutte le donne, sono alberiste.»
«Ad Assuntina piace l’albero di Natale» dice sottovoce Saverio.
«Tra le due categorie non ci può essere colloquio, uno parla e l’altro non capisce. La moglie vede che il marito fa il presepe e dice: “Ma perché invece di appuzzolentire tutta casa con la colla di pesce, il presepe non lo vai a comprare già bello e fatto all’UPIM?”. Il marito non risponde. E già perché all’UPIM si può comprare l’albero di Natale che è bello solo quando è finito e quando si possono accendere le luci, il presepe invece no, il presepe è bello quando lo fai o addirittura quando lo pensi: “Adesso viene Natale e facciamo il presepe. Quelli a cui piace l’albero di Natale sono solo dei consumisti, il presepista invece, bravo o non bravo, diventa creatore ed il suo vangelo è “Natale in casa Cupiello”.»
«Io l’ho visto professò e mi ricordo di quando Eduardo dice: “Il presebbio l’ho fatto tutto da solo e contrastato dalla famiglia”.»
«I pastori» continua Bellavista. «Debbono essere quelli di creta, fatti a mano, un poco brutti e soprattutto nati a San Gregorio Armeno, nel cuore di Napoli, e non quelli di plastica che si vendono all’UPIM, e che sembrano finti; i pastori debbono essere quelli degli anni precedenti e non fa niente se sono quasi tutti un poco scassati, l’importante è che il capofamiglia li conosca per nome uno per uno, e sappia raccontare per ogni pastore nu bello fattariello: “Questo è Benito che non teneva voglia di lavorare e che dormiva sempre questo è il padre di Benito che pascolava le pecore sopra alla montagna e questo è il pastore della meraviglia” e a mano a mano che i pastori escono dalla scatola, c’è la presentazione. Il padre presenta i pastori ai figli più piccoli, che così ogni anno, quando viene Natale, li possono riconoscere e li possono voler bene come a persone di famiglia. Personaggi della vita, anche se storicamente inaccettabili come ‘O monaco e ‘O cacciatore c’o fucile.»
«Professò, po’ ce sta ‘o cuoco, ‘a tavulella cu’ e’ ddoie coppie assettate, ‘o mellunaro, o’ verdummaro, chille ca venne ‘e castagne, ‘o canteniere, ‘o chianchiere (Il cuoco, la tavola con le due coppie sedute, il venditore di cocomeri, il verdumaio, quello che vende le castagne, il vinaio, il macellaio).»
«Ebbè,» dice Salvatore a pure a quell’epoca si doveva faticare fino a notte tarda per poter campare»
«E poi ci sta ‘a lavannara (la lavandaia),» continua Saverio «‘o pastore che porta ‘e pullastre, ‘o piscatore che pesca overamente nell’acqua vera che scende da dentro all’enteroclisma messo dietro al presepe.»
«Papà mio,» dice Luigino, «quelli un poco scassati li riusciva sempre a mettere in maniera tale che poi nessuno si accorgeva se tenevano un braccio o una gamba di meno; mi diceva: “Luigì, adesso papà trova una posizione strategica per questo povero pastoriello che ha perduto una coscia”, e lo piazzava dietro a una siepe o dietro a un muretto, e poi mi ricordo che avevamo un pastore che ogni anno si perdeva qualche pezzo, tanto che alla fine ci rimase solo la testa e papà la piazzò dietro a una finestrella di una casetta. Papà le casette le faceva con le scatole delle medicine e poi dentro ci metteva la luce, e quando, durante l’anno, io mi dovevo prendere una medicina, per esempio uno sciroppo che non mi piaceva, allora lui prendeva lo scatolino e mi diceva: “Luigì, questo scatolo ce lo conserviamo per quando viene Natale, che cosi ne facciamo una bella casetta per il presepio, tu però bell’ ‘e papà devi finire prima la medicina che ci sta dentro, se no papà la casarella come la fa?”»
«E poi, quando veniva la mezzanotte,» continua Salvatore «ci mettevamo tutti in processione e giravamo per tutta la casa cantando “Tu scendi dalle stelle”. Il più piccolo della famiglia avanti con il bambino Gesù, e tutti quanti dietro con una candela accesa tra le mani.»
«O’ presepe! L’addore (odore) d’a colla ‘e pesce, ‘o suvero (il sughero) pe fa ‘e muntagne, ‘a farina pe fa ‘a neve…»

Bellissimo vero ?

Io credo che quella statuina sul presepe al lui dedicata se la sia proprio meritata

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